I rifugiati testimoni di pace nelle scuole italiane

Mi chiamo Shadam e ho 30 anni. È da tanto tempo che faccio incontri nelle scuole per far conoscere a tutti il Paese dal quale provengo. Quando chiedo: “Cosa conoscete dell’Afghanistan?”, la maggior parte delle persone mi parla di guerra e di terrorismo.

Sono fuggito quando ero poco più che adolescente con la mia famiglia nel vicino Pakistan. Da lì ho iniziato il mio lungo viaggio: ho fatto sempre affidamento a chi mi prometteva un viaggio sicuro e veloce ma purtroppo non è stato così. Arrivato prima in Iran, poi in Turchia, mi sono trovato davanti ad una prima seria difficoltà: non sapevo nuotare e quando sono stato costretto a salire su una barca ho avuto paura. Il motore è andato in avaria quasi subito e di notte in mezzo al mare ciascuno di noi ha iniziato a pregare. La motovedetta della guardia costiera greca ci ha tratto in salvo. Sono rimasto ad Atene per qualche mese e da lì ho pagato molti soldi per un biglietto aereo che mi avrebbe portato in Spagna: non volevo più affrontare il mare, l’esperienza che avevo vissuto in Turchia mi aveva segnato profondamente.

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Sono arrivato a Madrid, poi in Francia e in Italia dove ho iniziato la procedura per chiedere l’asilo. Ho vissuto un anno a Crotone e dopo aver ottenuto i documenti ho deciso di stabilirmi a Roma dove ancora oggi vivo e lavoro.

Quando i ragazzi in classe mi chiedono perché faccio questi incontri io gli rispondo: ”Per condividere con voi il mio passato, per farvi capire che dietro ognuno di noi c’è una storia, per raccontare che l’Afghanistan non è solo guerra e terrorismo. Sono un cuoco e un mediatore culturale: voglio far conoscere la mia cultura e le mie tradizioni.”

Il Progetto Finestre da circa 15 anni crea occasioni di incontro tra rifugiati e studenti delle scuole superiori. Attraverso la reciproca conoscenza si abbattono pregiudizi e paure. La scuola in tal senso rappresenta un laboratorio di incontro e vicendevole arricchimento.

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